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Racconti da Stoccolma
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Regia |
Anders Nilsson |
| Attori |
Oldoz Javidi
Lia Boysen
Reuben Sallmander
Per Graffman
Fredrik Eriksson
Ashkan Ghods
Bahar Pars
Mina Azarian |
| Paese,
Anno |
Germania, Svezia - 2008 |
| Genere |
Drammatico |
| Durata
(Minuti) |
133 |
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Trama |
Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro
le case e fuori, sulle strade, esplode l'odio incontrollato di padri,
mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla,
figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido
codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento,
umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e
Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini
della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno
a difendersi e a reagire ai soprusi. Il mondo è duro con tutte le donne che
cercano di adattarlo alle proprie esigenze e alle proprie inclinazioni
invece di lasciarsi condizionare dai genitori, dai mariti, dai fratelli o
dalla persona amata.
Di questo riferiscono I racconti di Stoccolma di Anders Nilsson: delitti
d'onore, violenze domestiche e tentati omicidi. Il regista scandinavo
affronta (nel primo episodio) il problema dell'automatizzazione religiosa e
culturale eretta a sistema, fondata sul culto della differenza, della
gerarchizzazione e della categorizzazione. Leyla e la sorella maggiore Nina
non sono definite a partire dalla loro individualità ma secondo legami di
dipendenza all'interno della struttura familiare: sono figlie, sorelle e, se
non verranno meno alle aspettative sociali e religiose sul ruolo che sono
chiamate a ricoprire, saranno mogli.
In caso di trasgressione (anche solo presunta) la donna assume una posizione
di irregolarità nella comunità, che provoca una rappresaglia feroce da parte
del gruppo "disonorato". Lo schema concettuale non cambia per Carina o per
Arem, a cui vengono negate l'identità e la possibilità di essere felici.
Quelle di Leyla, Nina e Arem sono vite "interrotte", vite "chiuse in casa"
che il regista osserva al microscopio, soddisfacendo il bisogno voyeuristico
dello spettatore, mostrando i fatti, svelando e raccontando davvero troppo.
Una storia, meglio, tre storie così impongono un obbligo: quello di avere
uno sguardo morale. Sguardo che difetta al regista.
Anders Nilsson esplicita tutto il senso del sotteso a una violenza, a un
sopruso, a un abuso. I racconti di Stoccolma prestano il fianco al gioco dei
buoni e dei cattivi senza considerare che l'infamia è sempre il prodotto
delle istituzioni più che delle personalità che in esse operano.
Un'occasione sprecata per ribadire le ragioni profonde di un'ingiustizia: la
pratica del dominio che gli "uomini" esercitano sulle donne. Una riflessione
perduta per denunciare la scarsa coscienza collettiva e i limiti culturali
di tutti quelli che considerano la vita di una donna come un'appendice a
quella dell'uomo e la sua morte un'occasionale violenza fisica e non la
cancellazione dell'identità e del diritto a una vita indipendente. Peccato.
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