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Lo
Scafandro e la Farfalla
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Regia |
Julian Schnabel |
| Attori |
Anne Consigny
Emma De Caunes
Emmanuelle Seigner
Jean-Pierre Cassel
Marie-Josée Croze
Marina Hands
Mathieu Amalric
Max von Sydow
Niels Arestrup
Olatz Lopez Garmendia
Patrick Chesnais |
| Paese,
Anno |
Francia - 2008 |
| Genere |
Drammatico |
| Durata
(Minuti) |
112 |
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Trama |
Jean-Dominique Bauby si risveglia dopo un lungo coma in un letto d'ospedale.
È il caporedattore di 'Elle' e ha accusato un malore mentre era in auto con
uno dei figli. Jean-Do scopre ora un'atroce verità: il suo cervello non ha
più alcun collegamento con il sistema nervoso centrale. Il giornalista è
totalmente paralizzato e ha perso l'uso della parola oltre a quello
dell'occhio destro. Gli resta solo il sinistro per poter lentamente
riprendere contatto con il mondo. Dinanzi a domande precise (ivi compresa la
scelta delle lettere dell'alfabeto ordinate secondo un'apposita sequenza)
potrà dire "sì" battendo una volta le ciglia oppure "no" battendole due
volte. Con questo metodo riuscirà a dettare un libro che uscirà in Francia
nel 1997 con il titolo che ora ha il film.
Julian Schnabel ha assunto sulle sue spalle un incarico gravoso perché è
vero che i film che portano sullo schermo le vicende di portatori di gravi
handicap (soprattutto se ispirate a storie realmente accadute) commuovono
facilmente la grande platea. È però anche vero che, con una tematica in
parte vicina a questa abbiamo avuto nel 2004 Mare dentro di Alejandro
Amenábar con l'interpretazione da premio di Javier Bardem e la fatica di
Mathieu Amalric poteva risultare improba. Sia l'attore che il regista
conseguono il grande risultato di offrirci una prova di grande umanità nel
contesto di un film di elevato livello artistico.
L'occhio del protagonista diventa la soglia che permette al pesante e inerte
scafandro del suo corpo di liberare (anche se faticosamente) la farfalla del
pensiero. La voce interiore imprigionata di Jean-Do ci rivela al contempo
l'orrore della condizione e l'indomabile spinta all'espressione di sé. Il
giornalista pensa, desidera, soffre, grida dentro di sé. È un grido in cerca
di una bocca che possa tradurlo in suoni e parole. Il battito delle ciglia
(che ricorda non a caso il battito d'ali di una farfalla) si traduce in
lettere e le lettere in parole. Schnabel e Amalric riescono a non fare
retorica e al contempo a commuovere profondamente liberandosi dal falso
pietismo che spesso accompagna queste storie 'vere'. Raggiungono il
risultato grazie a un attento lavoro di flasback che si integra alla
perfezione con la descrizione di un corpo che da apertura al mondo si è
trasformato in sepolcro. Tutto ciò senza lanciare proclami né a difesa
strenua della vita né a favore dell'eutanasia. Il che, di questi tempi, è
già un merito di per sé.
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