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Il destino di un Guerriero
Alatriste
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Regia |
Agustín Díaz Yanes |
| Attori |
Antonio Dechent
Eduardo Noriega
Elena Anaya
Javier Cámara
Jesús Castejón
Viggo Mortensen |
| Paese,
Anno |
Francia, Spagna, USA - 2007 |
| Genere |
Azione |
| Durata
(Minuti) |
145 |
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Trama |
Corre il XVII° secolo e l'impero spagnolo manda i suoi soldati a difendere
le frontiere conquistate col sangue. Diego Alatriste è un soldato coraggioso
e fedele; persino quando sa che un'impresa è un suicidio la compie comunque,
perché l'unica cosa che possiede è la sua reputazione di valente spadaccino
e, per il resto, al mondo non ha niente e nessuno da perdere. Almeno fino a
quando il compagno di battaglie Balboa non finisce vittima di un'imboscata
nelle gelide Fiandre e non gli raccomanda suo figlio Iñigo, perché lo cresca
e gli eviti di divenire un soldato.
Al ritorno a Madrid, però, Alatriste incontra un impero in rapido declino:
la corruzione è legge e gli intrighi di corte trovano un saldo alleato nella
Santa Inquisizione. Tradimenti, morti e violenze si consumano in nome del
"Re Nostro Signore", un sovrano indifferente, pericolosamente elevato al
rango di un dio.
Quando, nel corso di una missione mercenaria, risparmierà le vittime
predestinate intuendo la presenza di un imbroglio (si scoprirà che non sono
eretici ma nobili d'Inghilterra), finirà per condannarsi a morte con le sue
mani. È solo questione di tempo. Ed è proprio in questo arco di tempo che si
srotola il plumbeo affresco del Siglo de Oro, dipinto dal regista di
"Nessuna notizia da Dio", Agustín Díaz Yanes, a partire da cinque racconti
di Arturo Pérez-Reverte.
Tra poche grazie e ben più numerose disgrazie, guardiamo i destini di Diego
e Iñigo procedere allineati e poi urtarsi, riscattarsi, distruggersi
entrambi per mano femminile e, a fatica, risollevarsi. Il dispiegamento di
mezzi è notevole, crude ed efficaci le ricostruzioni delle imprese belliche.
Una menzione speciale va anche alla fotografia di Paco Feménia, decadente
come il potere che ritrae, apprezzabile tentativo di omaggiare il citato
Velàzquez. Ma –ahi noi- l'encomio finisce qui.
Per il resto Alatriste manca del quid in grado di riscattarlo dallo status
di cine-polpettone, si limita a mettere in scena un debole conflitto tra
grandezza (morale) e grandeur (imperiale) e senza il suo protagonista, Viggo
Mortensen, si può scommettere non si reggerebbe in piedi. Gli abiti
infangati di questo novello Zorro, solo più povero e spregiudicato, calzano
su Mortensen come fossero nati per lui e il castigliano gli esce fluente di
bocca, grazie ai nove anni trascorsi in Argentina da bambino. Sfigura, al
confronto, l'italiano Enrico Lo Verso nei panni del mercenario palermitano
Malatesta, forse inserito come rimembranza del cinema glorioso di Freda e
Cottafavi.
Come il protagonista al suo sovrano, il regista ha peccato di cieca fedeltà
al genere: realizzando un film di cappa e spada che si prende troppo sul
serio, omaggia il crisma del romanticismo sventurato e segue l'eroe di turno
fino all'ultimo mortal sospiro, Augustin Dìaz Yanes non ha realizzato un
classico ma piuttosto un film risorto dal passato, incapace di disancorarsi
da esso.
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