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Daratt
La Stagione del Perdono
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Regia |
Mahamat-Saleh Haroun |
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Ali Barkai
Aziza Hisseine
Djibril Ibrahim
Fatimé Hadje
Khayar Oumar Defallah
Youssouf Djoro |
| Paese,
Anno |
Austria, Belgio, Ciad, Francia - 2007 |
| Genere |
Drammatico |
| Durata
(Minuti) |
96 |
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Trama |
Ciad, 2006. Dopo l’amnistia accordata a tutti criminali di guerra, Atim, un
adolescente orfano di padre, viene incaricato dal nonno di vendicare il suo
assassinio. Giunto a N’Djamena scopre che l’ex criminale gestisce una
panetteria e ha sposato una giovane donna. Nassara, ignorando le reali
intenzioni del ragazzo, lo accoglie come garzone nella sua panetteria per
insegnargli il mestiere del fornaio. In un crescendo di silenzi e sentimenti
inespressi la relazione tra i due uomini evolverà fino a esplodere in un
drammatico confronto finale. Nel deserto e sotto un solo accecante, Atim
deciderà il destino di Nassara e il proprio.
Il regista africano Mahamat-Saleh Haroun, sopravvissuto alla guerra civile
in Ciad, gira un film pervaso da temi universali, odio e amore, guerra e
pace, vendetta e perdono, con l’impegno di chi vuole scuotere e denunciare.
Nel suo film, tragico ed essenziale, si muovono due uomini in cerca di
vendetta o di redenzione dopo la “stagione secca”, il daratt del titolo, che
segue quella delle piogge. Nell’intervallo meteorologico che va da maggio a
novembre si svolge il percorso formativo e vendicativo di un giovane uomo in
cerca di giustizia. Quella negata dall’amnistia, un’ipotesi assurda di
pacificazione che ha dimenticato di compensare la perdita di 40.000 vite
umane, provocando il desiderio di vendetta privata. Atim e Nassara sono il
prodotto speculare, umano e doloroso del Ciad insanguinato di Hissène Habré:
il ragazzo ha ereditato dal nonno un lutto da vendicare e una tradizione da
onorare, il panettiere, che affamava e annullava letteralmente chi adesso
sfama e cresce col pane, è l’espressione incarnata di un’ingiustizia. Dentro
immagini precise e assolate, il regista conduce la sua indagine
politico-sociale e confronta fino allo scontro due ragioni impersonificate,
quella dell’odio e quella del perdono, che non hanno voce ma soltanto
immagini lente di momenti lirici e di violenza implosa. Daratt conduce lo
spettatore a percorrere tragitti poco indagati, dentro un conflitto che è
anche generazionale e che proprio per questo non sa parlarsi e comprendersi
(l’afonìa di Nassara è in questo senso esemplare). Pluripremiato a Venezia,
il film di Mahamat-Saleh Haroun supera le barriere dell’odio e interrompe,
almeno nell’arte, la spirale della violenza.
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