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Casino Royale
(2007)
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Regia |
Martin Campbell |
| Attori |
Caterina Murino
Daniel Craig
Eva Green
Giancarlo Giannini
Ivana Milicevic
Jeffrey Wright
Judi Dench
Mads Mikkelsen
Tobias Menzies
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| Paese,
Anno |
Germania, Inghilterra,
Repubblica Ceca, USA - 2007 |
| Genere |
Azione |
| Durata
(Minuti) |
145 |
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Trama |
Dopo essersi guadagnato due zeri e la licenza di uccidere James Bond, alle
origini della sua carriera, è sulle tracce di Le Chiffre, uno spregiudicato
banchiere che finanzia organizzazioni terroristiche. L’intervento di Bond
manda all’aria i suoi piani, sventando un attentato ai danni di una
compagnia aerea. Le Chiffre si ritrova così in debito e in imbarazzo con un
misterioso signore della guerra africano, per saldare il conto organizza
un’esclusiva partita a poker al Casino Royale nel Montenegro. Finanziato dal
governo e controllato dall’affascinante contabile Vesper Lynd, Bond è tra i
dieci ricchi partecipanti che gareggiano per il piatto milionario.
Sopravvissuto a una lunga notte di bluff, strategie, inseguimenti,
avvelenamenti e torture, sarà l’amore a piegare l’agente britannico e a
condizionarne il destino sentimentale.
Dopo aver diretto Goldeneye e il James Bond inconsistente di Pierce Brosnan,
Martin Campbell scommette su Daniel Craig e vince senza bluffare al tavolo
verde del Casino Royale. Il suo nuovo episodio 007 mostra la genesi di James
Bond e colma il suo passato, informandoci sugli antefatti. Il ruvido agente
di Daniel Craig mantiene i riferimenti strutturali col Bond “seriale”,
confrontandosi con i tratti distintivi del suo personaggio, indagandone
nuove possibilità espressive senza mai negarlo.
È vero, Daniel Craig è fenomenologicamente più vicino all’antagonista di
Bond, magari russo e magari letale, ma le sue doti recitative rinnovano da
sole il mondo narrativo di Bond, rivelando allo spettatore i suoi
“ingredienti” e quelli del suo Vodka-Martini. La spia di Campbell, ispirata
al primo romanzo di Fleming, è già a suo agio dentro all’azione, alle
location esotiche, allo smoking, o alla guida di una Aston Martin, ma è
ancora privo di Moneypenny, di Q e dei suoi gadget avveniristici, dei
motoscafi, del sesso premio e della presentazione cool (“Il mio nome è Bond,
James Bond”). Perché non è ancora Bond, quello di Connery, di Lazenby, di
Moore, di Dalton, di Brosnan, il raffinato agente dello spionaggio inglese,
bagaglio di un condiviso immaginario collettivo.
In Casino Royale tutto ha l’incanto ma anche la brutale materialità della
prima volta. Ottenuti due zeri, ovvero la licenza di uccidere, in un
flashback in bianco e nero, Bond affronta la sua prima missione e il suo
primo inseguimento: un’incredibile corsa urbana a ostacoli a Nambutu, dietro
a un dinamitardo campione di parkour. L’azione, che proietta direttamente il
personaggio nelle ambasciate, negli aeroporti e nei luoghi aperti
perennemente minacciati da attacchi terroristici, si apre al melodramma,
all’autobiografismo e al sentimentalismo. La parte action radicalizzata
nella serie viene sottoposta ai movimenti e ai ripiegamenti del cuore,
innamorando Bond di Vesper Lynd come da copione e da romanzo. La bella
tesoriera della “dreamer” Eva Green determinerà il Bond seduttore e fonderà
il presunto sessismo del genere. Luogo di culto e di fascinazione assoluta
degli 007 è pure la sigla musicale dei titoli di testa. Sulla canzone di
Chris Cornell scorrono i personaggi, allegorizzati in silhouette ridotte in
semi di cuori e picche dalla pistola di Bond, finalmente tornato.
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