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Big City
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Regia |
Djamel Bensalah |
| Attori |
Manon Chevallier
Lorànt Deutsch
Artus de Penguern
Eddy Mitchell
Claire Borotra
Julien Courbey
Vincent Valladon
Olivier Barroux |
| Paese,
Anno |
Francia - 2008 |
| Genere |
Commedia |
| Durata
(Minuti) |
100 |
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Trama |
Attorno al 1889 nel lontano ovest d'America, la tranquilla cittadina di Big
City attende l'arrivo di una carovana di emigranti. Ma gli indiani assaltano
il convoglio lungo il cammino e lo sceriffo della città è costretto a
richiamare alle armi tutti gli uomini per correre a difenderla. Dopo di
loro, anche le donne partono per andare in soccorso dei mariti e,
l'indomani, Big City si sveglia orfana dei suoi adulti. Ad abitarla sono
rimasti solo i bambini, un vecchio ubriacone (Eddy Mitchell) e lo scemo del
villaggio. Dopo una mattinata di pura anarchia, i ragazzini si organizzano
facendosi carico ognuno del lavoro del genitore. Purtroppo, però, i bambini
non mutuano dai grandi solo abiti e professioni, ma anche pregiudizi e
errori.
Posizionandosi sotto l'ala protettrice del Signore delle mosche e
ispirandosi ai Piccoli Gangster di Alan Parker, il regista Djamel Bensalah
porta in scena una schiera di attori rigorosamente under 14 e dipinge, con i
colori allegri del gioco e con le tinte forti dei sentimenti primari,
un'allegoria del mondo moderno e dell'Europa stretta alle frontiere dalle
nuove popolazioni, desiderose di integrazione ma ripudiate e temute in nome
di vecchi e nuovi conati d'orgoglio.
Per farlo, si affida all'abbraccio di un genere tra i più codificati, il
western: luogo cinematografico "adulto" ma anche patrimonio infantile delle
sfide tra squadre rivali di cowboys e di pellerossa. Tutti i canoni sono
gestiti con osservanza, dall'ambientazione post guerra di secessione a
ridosso del progresso (il sindaco promette la ferrovia) alla
categorizzazione di buoni e cattivi in base alle regole non scritte della
generosità e della violenza, piuttosto che alla legge del libro, che si può
aggirare o comprare. L'origine francese rende il quadro esotico e scevro dai
complessi autocelebrativi di tante pellicole americane. .
Dentro la cornice del far west (situata all'interno di un'altra cornice in
bianco e nero francamente inutile) si dipana una godibile lezione di
educazione civica per immagini, né troppo edulcorata né forzatamente "a
tesi".
Vedere i fratellini Jefferson e Independance fare le spese di un'abitudine
alla schiavitù che si perpetua di generazione in generazione nonostante la
messa al bando, o ripercorrere l'invidia e la sete di potere che hanno
portato alla formazione del ku klux klan in un trio di undicenni che si
divertono ad uccidere i gatti del paese per incolpare un coetaneo cinese,
provoca il giusto shock e rinnova le responsabilità collettive.
Film per ragazzi, fatto dai ragazzi, con qualche scherzo diretto agli adulti
(il piccolo James Wayne pensa a quando avrà un figlio e lo chiamerà John,
perché "John Wayne" suona bene) Big City rinnova la speranza che, se i film
possono riscrivere i generi, i futuri uomini possano riscrivere la storia.
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